Una parola per ogni cosa: nomi stranieri per cose che non credevamo avessero un nome

 

Quante volte ci è capitato di pensare che bisognerebbe inventare una parola che indichi un certo comportamento, che descriva una particolare situazione o definisca un determinato oggetto? In italiano, ad esempio, non abbiamo un corrispettivo adeguato alla parola “privacy”, nè siamo in grado di tradurre il termine “geek”, entrambi sostantivi inglesi abbastanza usati. D’altro canto in Gran Bretagna non esiste un corrispettivo del nostro termine “gattara”, nè alla parola “bomboniera”. Tutte le lingue hanno dunque le loro carenze e le loro peculiarità.
E’ per questa ragione che Adam Jacot de Boinod si è dedicato a compliare il volume “Toujours Tingo: More Extraordinary Words to Change the Way We See the World” (altre parole straordinarie per cambiare il nostro modo di vedere il mondo), in cui vengono minuziosamente catalogate e spiegate le parole, i proverbi e le espressioni più curiose (ed inutili) coniate dagli esseri umani di tutto il globo. Ve ne sottopongo qui una breve lista.
Alcune di queste parole ed espressioni dovrebbero essere introdotte anche nella nostra lingua, e c’è da stupirsi che nessuno abbia mai pensato di usarne un equivalente in italiano. Di altre, invece, si potrebbe decisamente fare a meno. La maggior parte è comunque decisamente esilarante. (via Mirror.co.uk)

Kaelling (danese): una donna che sta sulla soglia della porta di casa ed urla oscenità ai suoi figli.

Pesamenteiro (portoghese): persona che partecipa ad una veglia funebre col pretesto di portare le proprie condoglianze ai parenti del defunto, ma in realtà vuole soltanto approfittare del rinfresco.

Okuri-Okami (giapponese): un uomo che finge cortese interesse all’idea di visitare la casa di una ragazza soltanto per poi provare a molestarla una volta entrato.

Jayus (indonesiano): qualcuno che fa una battuta talmente poco divertente che non si può fare a meno di ridere.

Spesenritter (tedesco): una persona che si mette in mostra pagando il conto con i soldi della sua ditta.

Kamaki (greco): giovani del luogo che percorrono le spiagge in lungo e in largo per rimorchiare le turiste, traducibile letteralmente con “arpioni”.

Kanjus Makkhicus (hindi): una persona tanto miserevole che se una mosca cade nella sua tazza di te, lui la recupera e succhia il té rimastole addosso prima di buttarla.

Giri-Giri (pidgin hawaiano): la zona dove due o tre capelli continuano inevitabilmente a spuntare fuori.

Pelinti (buli, Ghana): muovere il cibo bollente all’interno della bocca per non ustionarsi.

Dii-Koyna (ndebele, Sud Africa): distruggere le proprie cose in preda alla rabbia.

Hanyauku (rukwangali, Namibia): camminare sulla punta dei piedi sulla sabbia bollente.

Tartle (scozzese): esitare al momento di presentare qualcuno il cui nome non si riesce a ricordare bene.

Vovohe Tahtsenaotse (cheyenne): leccarsi le labbra prima di parlare.

Prozvonit (ceco e slovacco): fare uno squillo sul cellulare di qualcuno per lasciargli il proprio numero.

Hira Hira (giapponese): la sensazione che si ha camminando in una casa decrepita e buia nel cuore della notte.

Koi No Yokan (giapponese): la sensazione al primo incontro con qualcuno che potrebbe nascere un amore.

Cafune (portoghese, Brasile): il passare gentilmente le dita tra i capelli di un amico.

Shnourkovat Sya (russo): quando gli autisti cambiano percorso spesso e senza motivo.

Gadrii Nombor Shulen Jongu (tibetano): dare una risposta che non ha niente a che vedere con la domanda.

Biritululo (kiriwani, Papua New Guinea): fare a gara confrontando le proprie patate dolci per risolvere una disputa.

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Poronkusema (finlandese): una distanza corrispondente al percorso che una renna è in grado di percorrere senza aver bisogno di una sosta per riposare.

Gamadj (obibway, Nord America): ballare tenendo uno scalpo in mano, allo scopo di ricevere regali.

Baling (manobo, Filippine): il comportamento di una donna che quando vuole sposare un uomo si reca a casa sua e si rifiuta di andarsene finchè non si sono presi accordi sul matrimonio.

Dona (yamana, Chile): togliere un pidocchio dalla testa di qualcuno e schiacciarlo con i denti.

Oka/Shete (ndonga, Nigeria): difficoltà urinarie causate dall’aver mangiato rane prima che abbia piovuto debitamente.

Pisan Zapra (malese): il tempo necessario a mangiare una banana.

Physiggoomai (greco antico): emozionato dall’aver mangiato aglio.

Layogenic (tgalog, Philippines): una persona che sembra bella solo da lontano.

Rhwe (sudafricano): dormire sul pavimento senza una stuoia mentre si è nudi ed ubriachi.

Shvitzer (yiddish): chi suda molto, soprattutto se uno spasimante agitato.

Creerse La Ultima Coca-Cola En El Desierto (spagnolo del Centro America): avere un’alta opinione di sè, letteralmente “credersi l’ultima Coca-Cola nel deserto”.

Vrane Su Mu Popile Mozak (croato): pazzo, letteralmente “le mucche gli hanno bevuto il cervello”.

Du Kannst Mir Gern Den Buckel Runterrutschen Und Mit Der Zunge Bremsen (austriaco): insulto traducibile con “puoi scivolare lungo la mia gobba usando la lingua come freno”.

Tener Una Cara De Telefono Ocupado (portoricano): essere molto adirato, letteralmente “avere la faccia di un telefono occupato”.

Rombhoru (bengalese): una donna con le cosce tornite come alberi di banana.

Tako-nyodu (giapponese): pelato, letteralmente “un monaco piovra”.

Snyavshi Shtany, po volosam ne gladyat (russo): una volta che ti sei sfilato i pantaloni è troppo tardi per farti guardare i capelli.

Mariteddu Tamant’e Un Ditu Ieddu Voli Essa Rivaritu (corso): un marito deve essere rispettato anche se è molto basso.

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4 pensieri su “Una parola per ogni cosa: nomi stranieri per cose che non credevamo avessero un nome”

  1. Kaelling (danese): una donna che sta sulla soglia della porta di casa ed urla oscenità ai suoi figli. In dialetto foggiano si può tradurre con “janara”

    Pesamenteiro (portoghese): persona che partecipa ad una veglia funebre col pretesto di portare le proprie condoglianze ai parenti del defunto, ma in realtà vuole soltanto approfittare del rinfresco. In dialetto lucerino con il termine (di significato più generale) “bubbazzista”

     
  2. Hai ragione Raffaele, noi del sud conviviamo con la consapevolezza di avere nel nostro background lessicale dei termini (e dei detti) quasi intraducibili nella lingua italiana, o meglio che descrivono con una sola parola concetti e situazioni che in italiano possono essere esperessi solo usando due o più parole.

    Con mio grande rammarico non riesco ancora a trovare un corrispettivo italiano di “ruoto”(utensile da cucina generalmente utilizzato per infornare torte, dolci, pastiere, rigorosamente TONDO dai bordi più o meno ALTI, in alluminio, antiaderente o con cerniera) …teglia tonda non rende assolutamente il concetto… sarà…

     
  3. Per non parlare dei detti irrinunciabili tipo “sei come le corna delle vacche: tosto fuori e vacante(vuoto) dentro” e soprattutto ” lo strummolo a tiriteppola e la funicella corta” , che, con la metafora della trottola (lo strummolo) che non gira perchè è senza punta(a tiriteppola) e ha la corda corta, è usato per dire che è l’ insieme delle concause a generare il problema… 😀

     

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